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lunedì 25 agosto 2025

LA STORIA DELLA ROSA MOCENIGA



(foto dalla mia
pagina dedicata alla rosa Moceniga)

Da qualche anno in qua la rosa cinese Moceniga ha goduto di una aumentata popolarità. La sua storia è briosamente raccontata da Andrea di Robilant nel suo libro "Sulle tracce di una rosa perduta". (In questo post riporto parti del libro).

Quando io sono venuta a conoscenza dell'esistenza della Moceniga, questo libro era fuori catalogo, ma sono riuscita comunque a farmi un'idea abbastanza precisa della storia di questa rosa tramite internet. Una volta venuta in possesso di una talea di Moceniga, ho potuto a mia volta duplicarla e ne ho regalato un esemplare ad una cara amica che per riconoscenza mi ha regalato il libro di Robilant, che nel frattempo era stato ristampato.

E ora, libro alla mano, sono in grado di raccontare con maggior precisione la storia della rosa Moceniga.

Tutto ha inizio ad Alvisopoli (VE), un paese "inventato" alla fine del Settecento dal nobile Alvise Mocenigo.










Alvise aveva bonificato una vasta zona di terre paludose appartenenti alla sua famiglia, costruendovi successivamente una comunità agricola e manifatturiera modello, praticamente autosufficiente: case per i contadini, una struttura sanitaria, una scuola e un istituto tecnico d'avanguardia. E come ciliegina sulla torta, a questo paese volle dare il suo nome: Alvisopoli appunto. Durante il periodo napoleonico il paese vide il momento di maggior fioritura, anche se dopo la morte di Alvise pian piano il progetto sfiorì e Alvisopoli divenne un'azienda agricola come tante. Successivamente la famiglia non potè più farsene carico, la terra fu venduta e il paese fu lasciato a se stesso. Solo verso la metà degli anni Ottanta l'ATER di Venezia decise di convertire la villa e gli annessi in case popolari. In una di queste abita Benito Dalla Via con la moglie Giuditta, dalla quale ho acquistato la talea di Moceniga.

Alvise Mocenigo era il quadrisnonno di Andrea di Robilant, il quale, in un viaggio alla ricerca delle sue radici alvisopoliane, conobbe Benito e la rosa Moceniga.

Benito mostrò ad Andrea la rosa che era stata ritrovata nel bosco abbandonato della villa. Ce n'erano diversi arbusti, tutti in fiore nel momento in cui Andrea li vide. Nel libro la descrive così: "Presi in mano una rosa e la osservai attentamente. Aveva un diametro di cinque o sei centimetri. Era di un rosa argentato con leggere venature. I petali, molto chiari al centro, diventavano sempre più colorati verso le estremità, e si staccavano e cadevano al suolo appena li toccavi. Il profumo era forte e molto fruttato. Faceva pensare all'odore di lapone e pesca".

La domanda era: come era finita ad Alvisopoli quella rosa?

Tramite ricerche negli archivi di famiglia, Andrea di Robilant ricostruisce la storia.

La moglie di Alvise Mocenigo, Lucia chiamata da tutti Lucietta, nel 1813 era andata a vivere a Parigi per stare vicina al figlio, Alvisetto, che frequentava un liceo parigino (Napoleone pretendeva che le personalità di spicco nei suoi domini europei mandasero i loro figli maschi a studiare in Francia).











Lucietta (ritratto sopra) conosceva Joséphine, allora già ex-imperatrice, che dopo il divorzio abitava nel castello della Malmaison. Lucietta e Joséphine si erano conosciute nel 1797 a Venezia poco dopo la caduta della Repubblica e l'arrivo dei francesi.

Lucietta si recava spesso alla Malmaison. Joséphine era un'appassionata di piante di ogni genere, per cui il parco e le serre erano piene di specie esotiche, tra cui eriche, piante grasse e pelargonie. Ma la vera passione di Joséphine erano le rose, per le quali aveva sviluppato una vera e propria ossessione. Joséphine aveva mezzi illimitati a disposizione ed era capace di tutto pur di procurarsi una rosa rara che ancora non possedeva. 

Il suo fornitore principale era André Dupont (ne ho parlato qui), ma ordinava rose anche all'estero. Joséphine era particolarmente ansiosa di mettere le mani sulle favolose rose che dalla Cina arrivavano in Inghilterra passando da Calcutta, dove le piante venivano fatte riposare in grandi vivai della British East India Company prima di affrontare il lungo viaggio verso l'Europa. Gli inglesi avevano il monopolio dell'importazione di piante dalla Cina, mentre i francesi ne erano stati esclusi causa la bancarotta della Compagnie des Indes. Ciò non impediva a Joséphine di ottenere ciò che desiderava, infatti ottenne vari nullaosta per ricevere piante e semi dall'Inghilterra anche durante il blocco continentale voluto da Napoleone.

Lucietta non aveva lo spirito della collezionista, ma in compagnia di Joséphine sviluppò un interesse per la botanica che non aveva mai mostrato. Fu presentata a René Desfontaines, decano della cattedra di botanica al Jardin des Plantes, e frequentò le sue lezioni. Il capogiardiniere André Thouin le impartiva inoltre lezioni private su come mettere le piante a dimora, sulla preparazione di fertilizzanti  naturali e sulle tecniche di potatura. Da Monsieur Dupont invece, Lucietta imparò l'arte dell'innesto. Spesso poi Lucietta si fermava al vivaio di Louis Noisette in rue du Faubourg-Saint-Jacques. Era lo stesso Noisette che qualche anno dopo avrebbe dato vita, con il fratello Philippe, ad un'intera famiglia di rose che portano il loro cognome (vedi il mio post dedicato).

Nella primavera del 1814 l'impero di Napoleone crollò e Alessandro I di Russia occupò Parigi alla testa delle forze alleate. A questo punto non c'era più alcun motivo di tenere Alvisetto in un liceo francese, per cui alla fine di agosto del 1814 Lucietta lasciò Parigi portando con sè una ricchissima collezione che includeva semi, talee e piccole piante di rose, fornite anche da Noisette. La Moceniga era quasi certamente una di quelle che Lucietta riportò da Parigi.

Ma torniamo ai nostri giorni.

La tenuta dei Mocenigo andò in rovina e la villa fu convertita in case popolari. Negli anni Ottanta un giovane studente di scienze forestali dell'Università di Padova, Ivo Simonella (sotto: foto recente), si interessò al bosco di Alvisopoli incuriosito dalla ricchezza e varietà di piante. Scrisse la sua tesi di laurea proprio sugli alberi del parco di Alvisopoli, e convinse il direttore dell'ATER che valeva la pena spendere qualche soldo per sfoltire il bosco e ripulire i canali: il WWF della zona accettò di gestire il parco e di farne uno spazio pubblico. Ciò durò per qualche anno, finchè i fondi si prosciugarono e il WWF fu costretto a rinunciare al progetto. Simonella racconta: "Successe tutto piuttosto in fretta. Un giorno chiusi a chiave il cancello che portava al bosco e me ne andai. Lasciai le chiavi a Benito; avendo lavorato tutta la vita come portiere d'albergo, avrebbe certo saputo cosa farne".











Ma durante il periodo in cui si occupò del bosco, Simonella conobbe un architetto paesaggista della zona di nome Paolo De Rocco. De Rocco aveva il pallino delle rose antiche e fu lui a segnalare a Simonella la presenza della rosa Moceniga.

Osservando la forma del fiore e il portamento dell'arbusto, De Rocco aveva concluso che doveva trattarsi di una rosa cinese di una certa importanza. La associò subito alla "Old Blush", rosa cinese presente in Europa a partire dal 1793, originariamente con il nome di "Parson's Pink China". Oggi la Old Blush è comune in tutto il mondo, ed è molto prolifica in Veneto e Fiuli. 

A prima vista la Moceniga e la Old Blush sembrano uguali: i fiori hanno lo stesso colore, la forma dell'arbusto e il portamento sono anch'essi simili. Le foglie sono di un identico verde, le spine rade e opache. Ma osservandole da vicino, De Rocco notò delle differenze: la Moceniga aveva meno petali, e la forma del fiore era più slabbrata. Le foglie erano più ruvide al tatto, più opache. E poi il profumo: blando quello della Old Blush, intenso e fruttato quello della Moceniga.

De Rocco non giunse mai ad una soluzione sulla questione dell'identità della Moceniga, in quanto purtroppo morì prima. Ma Andrea di Robilant venne a conoscenza delle sue ricerche, e decise di far esaminare le due rose (Old Blush e Moceniga) in laboratorio. Si rivolse a Stefano Mancuso, professore di scienze botaniche all'Università di Firenze, il quale propose un esame con il metodo ANN (Artificial Neural Network), in questo caso più efficace e risolutivo dell'esame del dna. Per l'esame servivano le foglie di entrambe le piante, per sottoporle ad un esame comparativo che teneva conto di diciotto parametri morfologici (area, perimetro, rotondità, compattezza, lunghezza assiale, pigmentazione ecc.). Le foglie sarebbero state scannerizzate e i dati analizzati attraverso complicati logaritmi.

Dopo una settimana, arrivò la risposta di Mancuso: "Ti confermo che le due rose sono diverse. Se una delle rose è una Old Blush, allora l'altra certamente non lo è. Di più non posso dirti". Mancuso aveva visto giusto.

A questo punto si era scoperto "cosa non era" la Moceniga. Ma ulteriori ricerche non hanno portato alla scoperta del nome originale della rosa che Lucietta portò a casa da Parigi, probabilmente dal vivaio di Noisette. Purtroppo Noisette aveva la cattiva abitudine di annotare il nome delle sue rose senza aggiungerne le caratteristiche. I suoi cataloghi esistono ancora, ma non è possibile rintracciare una rosa particolare fra le migliaia di nomi dei suoi elenchi.

Alla fine di Robilant decise di registrare il nome della Moceniga. Scrisse a Marily Williams, copresidente dell'American Rose Society, l'organizzazione che gestisce il registro ufficiale delle rose per conto dell'International Cultivar Registration Authority (ICRA). La sua prima risposta fu però negativa:

"La rosa rientra nella categoria che noi chiamiamo rose «ritrovate». Queste rose non possono essere registrate ufficialmente perchè, anche se lei non è finora riuscito a identificarla, non possiamo escludere che non ci siano da qualche parte documenti che permettano di farlo".

In seguito, aggiornata sulle ulteriori ricerche di Robilant, la signora Williams scrisse finalmente così:

"Caro Andrea, mi sembra di capire che lei abbia fatto delle serie ricerche, senza tuttavia arrivare a un buon esito per quanto riguarda l'identificazione della sua rosa. In tali circostanze non dovremmo procedere alla registrazione di tale rosa, ma ritengo che il suo caso sia insolito. Per cui ho deciso di appoggiare la registrazione del suo cultivar."

Il nome registrato è "Moceniga" (non Rosa Moceniga, in quanto il nome di un cultivar non può includere il nome del genere, in questo caso Rosa).

Sono fortunata ad avere questa rosa nel mio roseto: la considero la regina del mio giardino, in quanto è la prima a fiorire (già a marzo) e questa prima fioritura è molto prolungata, spettacolare. Ed è pure l'ultima a fiorire, fino a novembre.














Posso testimoniare che si riproduce facilmente tramite talea, infatti ne ho diverse piante pronte se qualcuno decide di volerla.

lunedì 29 giugno 2020

MISSIONE COMPIUTA!

Che dire della giornata di ieri, della "toccata e fuga" in Veneto/Friuli al solo scopo di recuperare una rosa reputata rarissima?
A mio vedere, è stata una giornata bellissima!
Il viaggio è andato bene, a parte il caldo, ma non c'era traffico.
La prima tappa è stata ad Alvisopoli, che ricade sotto la provincia di Venezia, dove, come mi aveva indicato Benedetta Piccolomini, abita una signora, Giuditta, riproduce la rosa Moceniga per talea.

La signora Giuditta, il marito Benito e la figlia Angela si sono dimostrati gentilissimi. Giuditta mi ha venduto la pianta di Moceniga più bella tra quelle che aveva, e quando Benito mi ha detto “sono stato io che ho trovato la pianta di rosa Moceniga nel bosco!” ho avuto il piacere di fare una foto con lui, per poter meglio documentare questa mia avventura.

Questa mattina la mia Moceniga ha già un nuovo fiore aperto.

A sostegno della rarità della rosa, Francois Joyaux, professore emerito di Civiltà orientare all’Istituto Nazionale di Lingue e Civiltà orientali, docente all’Università di Parigi e collezionista di rose antiche, non ha dubbi, la rosa Moceniga non è una mutazione, ma una varietà antica andata perduta a Parigi e ritrovata ad Alvisopoli. Delle tremila varietà di rose galliche censite all’inizio dell’800 dall’ibridatore Noisette, oggi ne sopravvivono 300 e la Moceniga è una di quelle estinte nel suolo francese.

A domani per la visita al castello di Cordovado!



mercoledì 24 giugno 2020

L'AVVENTURA CONTINUA

Come promesso, vi racconto come sta continuando la mia avventura, alla ricerca della rosa "Moceniga" di cui ho pubblicato ieri.

Per prima cosa, rifacendomi alla persona intervistata nell'articolo che ho riportato nel post di ieri, ho cercato su Facebook il signor Ivo Simonella. Ho avuto la fortuna di trovare il suo profilo, per cui gli ho mandato un messaggio tramite Messenger. Lui, molto gentilmente, mi ha risposto così:

"Buongiorno, la rosa in questione, Moceniga, è tuttora presente nel bosco e nei giardini prospicienti ad Alvisopoli. [nella foto, uno scorcio di Alvisopoli]
Può contattare direttamente il Comune di Fossalta di Portogruaro, e provare a chiedere a loro maggiori informazioni".

Ecco quindi un ulteriore indizio: il Comune di Fossalta.

Il logico passo successivo è stato quindi, quello di contattare il comune di Fossalta. Prima mi sono limitata all'indirizzo generico, di quelli che iniziano con "info". Poi, non ricevendo risposta, ho affinato la ricerca utilizzando gli indirizzi specifici. Ho visto che il vicesindaco aveva anche la carica di assessore all'ambiente, quindi ho disturbato proprio il vicesindaco. Quasi contemporaneamente mi sono giunte la sua risposta, e quella del primo contatto generico del Comune. Quest'ultima diceva così:

"Buongiorno,
purtroppo la rosa non è in vendita e non si può asportare, essendo bene tutelato.
Per completezza di informazioni, la proprietà del Parco dove si trova la rosa è di ATER VENEZIA."

la qual cosa mi ha piuttosto spiazzato. Ma la risposta del vicesindaco è stata più rinfrancante:

"Signora Bordini, spero di farle cosa gradita darle un paio di riferimenti per aiutarla nella sua ricerca.
Per quanto riguarda la possibilità di acquisto della rosa le invio il nominativo di un noto vivaista della zona che oltre a dedicarsi alla sua attività è una persona che ama il suo lavoro e diffonde le conoscenze che interessano il mondo floreale e penso sia la persona giusta per darle le risposte che cerca.
La persona in questione è il Signor Roberto Davide Valerio del Vivaio Bejaflor di Portogruaro (VE). Telefono XXXX.XXXXX. Se le interessa e sempre non ne sia ancora a conoscenza le posso indicare un bel libro di Andrea di Robilant "Sulle tracce di una rosa perduta" dove potrà trovare interessanti informazioni e risalire alla storia della rosa Mocenigo.
Sperando di esserle stato utile, le porgo i miei più cordiali saluti".

Questa è stata la luce che  mi ha indicato il passo successivo. Ho contattato tramite Messenger di FB il signor Valerio, il quale mi ha risposto immediatamente, con questo messaggio:

"Buongiorno Valentina. Piacere di conoscerla. Allora... un pianta di rosa Moceniga si trova anche presso il parco pubblico del castello di Fratta (sempre a Fossalta) e se prende una talea non credo che morirà nessuno. So che anche degli inquilini anziani delle case Ater si erano fatti un po' di talee, ma non li conosco di persona. Potrebbe essere più informata Benedetta Piccolomini, altra rosofila, che abita nel castello di Cordovado. Lei se non ha un cespuglio, sicuramente conosce i signori che hanno fatto le talee."

Su internet ho trovato facilmente i riferimenti al castello di Cordovado. Sul sito ufficiale c'erano anche due contatti: la signora Piccolomini con email e telefono, e un'altra signora.
Dopo due email senza risposta alla signora Piccolomini (ho cercato articoli su di lei: in italiano non è riportato, ma in un paio di articoli tedeschi viene chiamata con il suo titolo di Gräfin, contessa), mi sono fatta coraggio, e le ho scritto su Whatsapp. Ed ecco la sua risposta:

"Ciao Valentina, sicuramente potrai acquistare una piantina di rosa Moceniga ad Alvisopoli, telefonando alla signora Giuditta [poi mi ha inviato il contatto], di cui ti invierò il numero telefonico; se vorrai potrai venire ad ammirarne un esemplare ormai cresciuto nel giardino del Castello di Cordovado domenica 21 o domenica 29 giugno che sarà aperto alle visite dalle 10 alle 18. Cordiali saluti, Benedetta".

YUHU!!! La mia ricerca è terminata!
Ieri ho chiamato la signora Giuditta, l'ho avvisata che domenica sarei passata da lei ad acquistare una piantina di rosa Moceniga, e poi, naturalmente con la famiglia, proseguiremo per il Castello.

E' o non è divertente la passione per le rose?????

martedì 23 giugno 2020

COME NON SI RESISTE AD UNA PASSIONE

Da quando ho letto questo articolo che qui sotto riporto, intitolato L'ULTIMA ROSA DI UNA SPECIE SCOMPARSA SOPRAVVIVE NEL BOSCO DI ALVISOPOLI, ecco che mi è preso l'ardente desiderio di possedere quella rosa rara.

Ecco il testo dell'articolo, che trovate comunque a questo indirizzo: http://www.portogruaro.net/rubriche/scheda.php?rubrica=3&articolo=128

Ivo Simonella, attualmente assessore all’ambiente, ma prima esperto e attivo dirigente del WWF, ci racconta la storia rocambolesca di una rosa antichissima di una specie quasi sicuramente estinta, sopravissuta allo stato inselvatichito nel bosco ultra bisecolare di Alvisopoli. La pianta, secondo precise testimonianze documentate in un libro scritto dall’italiano Andrea di Robilant, erede di Lucetta Memmo, da Parigi era stata portata ad Alvisopoli da questa nobildonna veneziana, consorte di Alvise, e impiantata nel bosco-giardino di Alvisopoli, nel primo decennio dell’Ottocento. 
Alvisopoli era stata realizzata nei primi anni dell’Ottocento dal nobile veneziano Alvise, un cultore degli ideali illuministici del tempo, che aveva fatto costruire in un ampio possedimento di famiglia, nelle vicinanze di Fossalta di Portogruaro, una mitica città utopica, autonoma sul piano istituzionale, sociale, economico, culturale, architettonico e religioso. Per dare un cenno della sua importanza basti dire che ad Alvisopoli era stata impiantata una tipografia gestita inizialmente dal mitico tipografo Niccolò Bettoni, più tardi editore della celeberrima traduzione dell’Illiade (1810) di Vincenzo Monti e nel 1807 della prima edizione dei “Sepolcri” l’immortale capolavoro di Ugo Foscolo.

Lo stato attuale del bosco
Nel bosco di Alvisopoli – racconta Simonella – è stata rinvenuta una interessante “rosa antica”. Sfuggita, con l’abbandono del parco, alla coltura giardiniera, si comporta oggi come una specie di sottobosco, con una discreta presenza di esemplari anche in zone molto ombreggiate. Questa rosa appartiene al cosiddetto gruppo delle “Rose cinesi” e assomiglia molto a un’antica rosa denominata “Le Vesuve”, importata da Parigi e introdotta da Lucia Memmo nei primi anni dell’Ottocento nella città del marito Alvise. Per altri aspetti presenta però caratteristiche comuni con un’altra rosa denominata “Mutabilis”. Infatti il fiore varia di colore (Muta) da un rosso intenso del bocciolo al rosa, per diventare da ultimo bianco e candido. Fiorisce due volte all’anno, in inverno e in primavera.

E’ una specie unica al mondo?
Potrebbe esserlo. Io e il prof. Paolo De Rocco, architetto e grande specialista di botanica, abbiamo a suo tempo eseguito accurate ricerche nei più importanti orti botanici del mondo senza trovarne tracce. Potrebbe trattarsi quindi di esemplari unici.

Quale nome?   
Se spettasse a me “battezzarla” non esiterei un attimo a chiamarla “Lucetta” dal nome Lucia della nobile famiglia veneziana Memmo che ebbe cura di trasportarla da Parigi, assieme a tante altre piante di fiori, fino al bosco di Alvisopoli. Sarebbe un modo appropriato per ricordare questa nobildonna veneziana dal “pollice verde”, innamorata della natura. [In realtà ora la rosa viene denominata "Moceniga"].

Quale il suo ruolo ad Alvisopoli?
Per circa vent’anni, fino al 2004, come dirigente del WWF ho avuto cura del “bosco” che dagli anni Quaranta del secolo scorso era stato completamente abbandonato a se stesso. In quella realtà, assieme al prof. De Rocco illustre conoscitore di piante e fiori, abbiamo trovato questa rosa fuori dal comune, strana; c’è chi ipotizza che si tratti di una rosa “persa”, che una volta era molto usata - agli inizi dell’Ottocento - nei giardini e che oggi non si trova più. Non è eccessivo esagerare che sia l’ultima rosa della specie esistente al mondo.

Questo è veramente un fatto eclatante.
Certamente è una realtà che meriterebbe di essere valorizzata.

Alla morte di Alvise, a chi passò la gestione di questa “città” unica nel suo genere?
Nel 1813 muore Alvise, poi è rimasta a Lucetta la gestione dell’area, come è scritto nel libro “storico” dell’ultimo erede di Lucia Memmo, Andrea di Robilant, il quale racconta appunto che Lucia compra delle piante a Parigi, tra cui la “rosa” e le porta ad Alvisopoli dove le pianta nel parco.

Cosa succederà adesso a questo fantastico esemplare di rosa unico al mondo?
Dopo un ventennio di cure del WWF, il nostro lavoro di restauro, recupero e vigilanza è stato abbandonato.
Nel frattempo ponticelli, sentieri, aree di sosta, indicazioni botaniche, percorsi speciali per i disabili e altro, tutto è stato distrutto. Pare che adesso intervenga il Comune che ha ottenuto un finanziamento per il recupero e la gestione del bosco che potrà di nuovo essere riaperto al pubblico. La rosa ha resistito dall’Ottocento ad oggi, continuerà quindi a sbocciare anche in futuro. Merita di essere valorizzata, conosciuta, anche riprodotta. Alvisopoli e la rosa rarissima erano inserite in un circuito nazionale, per cui ogni anno avevamo migliaia di visitatori. Uno strumento di conoscenza del territorio, una vera e propria eccellenza da inserire nei motivi, forse tra i più importanti oltre che popolari, per la conoscenza del Veneto Orientale. Questa “eccellenza” che nel periodo WWF fu richiamo per migliaia di visitatori, scolaresche di tutto il Veneto Orientale, ma anche di turisti italiani e stranieri, malgrado l’esiguità dei richiami pubblicitari, potrebbe essere assunta ed enormemente valorizzata dall’Azienda di Promozione turistica di Venezia - ambito di Bibione e Caorle - che recentemente ha posizionato in un sito centralissimo l’ufficio turistico nella sede del Comune, con immediato aumento di affluenza di pubblico italiano e straniero di passaggio.

Fossalta quindi con l’unico esemplare al mondo di una rosa fantastica che chiameremo “Lucetta” ha una nuova ricchezza da mostrare.
Fossalta ha degli elementi interessanti: quello più interessante è certamente Alvisopoli, una rarità. Non si è mai riusciti in realtà a dare slancio a questa località
per motivi anche finanziari. So che il sindaco Paolo Anastasia, anche per la riscoperta di Lucetta, intende operare per la salvaguardia e il rilancio di questa preziosa testimonianza ottocentesca. C’è molto da fare, altre “eccelenze” da valorizzare, come il mulino per esempio, quello che chiamavano “Mulinat” e che fu il primo elemento di Alvisopoli.

TERMINATA LA LETTURA DI QUESTO ARTICOLO, SONO PARTITA IN QUARTA...
A DOMANI PER IL CONTINUO DELLA STORIA!